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fascicolo n. 1 Print E-mail

cronaca1

Cronaca della Chiesa cattolica in Lituania fascicolo numero 1, 19 marzo 1972

 

Sommario

    Il processo del rev. Zdebskis

    Il processo del rev. P. Bubnys

    La persecuzione del parroco di Valkininkai

    La persecuzione del rev. Šeškevičius

    I fatti di Margininkai

    L'appello di 134 abitanti di Panevėžys

    L'esposto dei sacerdoti dell'archidiocesi di Vilnius

    Il processo di K. Bičiučaitė

    La condanna del rev. P. Lygnugaris


IL PROCESSO DEL REVERENDO ZDEBSKIS

 

Ogni estate in Lituania migliaia di madri preparano i propri figliuoli alla prima confessione e comunione. È que­sto un compito non facile e di grande responsabilità, che richiede ai genitori e ai sacerdoti molta dedizione. Le leggi sovietiche vietano ai sacerdoti di istruire i ragazzi nella religione, affinché gli ateisti possano più facilmente semi­nare le loro idee. Una buona parte del clero, dopo aver provato il periodo del terrore staliniano, cerca di evitare i conflitti con il governo e si limita soltanto ad esaminare i bambini. La restante parte di sacerdoti ha invece coraggio; è decisa ad ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini e, ri­schiando la propria libertà, insegna ai bambini gli elementi della fede.

Motivo dell'arresto

Nella vasta parrocchia di Prienai si preparano ogni anno alla prima comunione circa 300 bambini. È stato così anche nel 1971. Il 16 luglio di quell'anno i bambini si raccolsero assieme alle rispettive madri nella chiesa di Prienai per la catechizzazione. Mentre il sacerdote Zdebskis stava spie­gando ed interrogando i bambini irruppe nella chiesa un gruppo di funzionari. Essi fotografarono i bambini, chiesero loro nome e cognome e stesero infine un verbale. Nella chiesa sorse allora un gran chiasso. I genitori prienesi, indì-

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gnati per l'abuso di potere dei funzionari sovietici, si ap­pellarono alla Commissione di controllo del Comitato cen­trale dell'URSS in questi termini:

Il 16 luglio 1971 noi sottoscritti abbiamo portato i nostri figli in chiesa affinché il sacerdote li esaminasse per accertare se fossero preparati a ricevere la prima comunione.

Improvvisamente irruppe nella chiesa un gruppo di uomini e donne. Si trattava del presidente del Comitato esecutivo, del segretario del Komsomol, di alcuni insegnanti, di miliziani ed altre persone. Gli inopportuni ospiti fecero interrompere tutto, poi si misero a fotografare i bambini ed a chiedere loro le gene­ralità. Una bambina per la paura è persino svenuta!...

In quella situazione le madri non hanno potuto fare a meno di difendere i propri figli. La chiesa presentava un quadro assai triste. Alla preghiera di non disturbare, i non graditi ospiti ri­sposero: « Non siamo noi che facciamo chiasso, ma le donne! ».

Un tale comportamento dei rappresentanti del governo non fa certo onore alle leggi sovietiche. Noi chiediamo quindi che abbia a cessare la persecuzione dei credenti.

Questo esposto venne firmato da 89 genitori e inviato a Mosca. Purtroppo a tutt'oggi Mosca non ha ancora ri­sposto ai cattolici di Prienai.

La procura di Prienai procedeva intanto all'interrogatorio dei bambini, dei genitori e del rev. J. Zdebskis.

Il 26 agosto il procuratore telefonò al rev. Zdebskis chie­dendogli di passare « un minuto » nel suo ufficio. Quivi giunto, il sacerdote venne tratto in arresto.

Protesta popolare in difesa del sacerdote

Essendo venuta a conoscenza del fatto la popolazione si diresse alla procura chiedendo il rilascio del sacerdote. La gente diceva: « Se avete arrestato il sacerdote, prima dovevate arrestare noi, perché siamo stati noi a condurre i nostri figli dal sacerdote. Istruire ed esaminare i bambini è un suo dovere ». Dalla sede della procura, i credenti si recarono dal segretario del partito, ma questi si rifiutò di riceverli. L'ondata di indignazione si estese per tutta la parrocchia di Prienai ed anche molto più lontano oltre i suoi confini. La domenica si vide una folla di gente che,

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incolonnata, attendeva di firmare il seguente esposto indi­rizzato agli uffici sovietici:

Esposto dei credenti della parrocchia di Prienai

Al procuratore generale dell'URSS

Al Comitato di controllo del CC del PCUS

Al procuratore della RSS di Lituania

Il 26 agosto 1971 è stato arrestato il sacerdote della nostra parrocchia, J. Zdebskis.

Come sacerdote egli ha sempre adempiuto scrupolosamente ai propri doveri e non ha fatto mai del male a nessuno. Noi sia­mo persuasi che l'arresto del nostro sacerdote sia frutto di qualche malinteso e perciò preghiamo di accertare le cause di tale episodio e di disporre per il suo rilascio.

Il rev. J. Zdebskis è stato accusato di aver preparato dei bambini alla prima comunione. Se egli ha commesso un reato adempiendo ai propri precisi doveri sacerdotali, perché allora la costituzione dell'URSS garantirebbe la libertà di coscienza e di culto? Noi pensiamo che con questo arresto siano state bru­talmente violate le leggi dello Stato sovietico.

Noi genitori non abbiamo la possibilità di preparare i nostri figli alla prima comunione; non ne abbiamo il tempo, in quanto lavoriamo, chi negli stabilimenti chi nei kolchoz. Inoltre noi non disponiamo né di catechismi né di libri religiosi. Negli anni dal dopoguerra ad oggi i funzionari governativi non hanno permesso neppure la stampa di un catechismo.

Considerando tale dolorosa situazione dei credenti della Li­tuania, noi genitori che cosa possiamo fare? Portiamo i nostri figli dai sacerdoti e chiediamo loro: « Aiutateci a preparare i no­stri figli, perché apprendano almeno gli elementi indispensabili della fede ». Il sacerdote infatti non può ammettere alla prima confessione dei bambini impreparati.

Il governo sovietico esige che i sacerdoti non istruiscano i bambini, ma soltanto li esaminino, e anche questo singolarmente. Ma può un sacerdote, nell'arco di due mesi, esaminare 300-400 bambini che arrivano da lui non sapendo quasi nulla della fede e della comunione? Inoltre i nostri sacerdoti debbono svolgere molto altro lavoro pastorale perché la parrocchia di Prienai è grande e conta circa 8.000 cattolici.

Il nostro sacerdote è stato arrestato a causa delle nostre pre­ghiere e richieste, e di questo siamo rimasti molto meravigliati, commossi e indignati. A che scopo turbare il normale ritmo delle

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cose? Indisporre i credenti? Provocare appositamente agitazioni tra la popolazione della provincia?

Noi pensiamo che la nostra indignazione e questa protesta ab­biano un fondamento e che in merito verranno presi dei prov­vedimenti, mentre speriamo che simili casi non si ripeteranno in avvenire.

29 agosto 1971

Circa 350 persone hanno firmato questo esposto che i prienesi hanno consegnato personalmente alla procura del­l'URSS. Venne promesso loro che sarebbe stata ordinata un'inchiesta. I credenti si rivolsero anche al procuratore della repubblica e all'incaricato del Consiglio degli affari religiosi, Rugienis. Questi reagì rabbiosamente: « Conosco il prete Zdebskis! ». Al che i parrocchiani ribatterono: « Lo conosciamo bene anche noi! ».

Il 30 agosto il rev. Zdebskis venne trasferito a Vilnius. Sin dall'alba una grande folla stazionava presso la sede della milizia di Prienai, aspettando di vedere uscire il sa­cerdote. Gli agenti della Sicurezza fotografarono la gente e tentarono di disperderla. « Perché state qui? Vi aspettate di vedere un miracolo? » « Più che un miracolo » replicò la gente. Alle ore 16, mentre molti avevano le lacrime agli occhi, il rev. Zdebskis venne fatto salire su un auto­mezzo e portato via.

Il 3 settembre fu eseguita per la seconda volta un'accurata perquisizione nell'abitazione del rev. Zdebskis. Qualcuno aveva sparso la voce che il rev. Zdebskis era stato arrestato non per aver istruito religiosamente i bambini, ma perché era stato trovato in possesso di una trasmittente e di altro materiale compromettente. Dato che anche i funzionari del governo sostenevano questa tesi, si ebbe la certezza che si volesse compromettere ancor più il sacerdote arrestato, affinché il popolo credente non osasse difenderlo.

Seconda petizione da Prienai: mancano i sacerdoti e non esistono libri religiosi

Tuttavia nella seconda metà di settembre i fedeli di Prie­nai recarono a Mosca un secondo esposto, che ebbe una vasta eco in tutto il mondo.

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Esposto dei credenti della parrocchia di Prienai

Al Comitato centrale del pcus

Al Soviet supremo dell'urss

Al Consiglio dei ministri dell'urss

I giornali e la radio della Lituania cercano di convincerci che nel nostro paese esiste la libertà di religione. In realtà però le cose stanno diversamente.

Non ci viene permesso di stampare libri religiosi; non li ab­biamo mai visti. Non abbiamo neppure un piccolo catechismo. L'ultima edizione di esso risale al 1940.

Spesso noi non abbiamo la possibilità di ascoltare la santa mes­sa, dato che veniamo costretti a lavorare anche di domenica, sebbene le leggi della Chiesa lo vietino.

Ci mancano i sacerdoti. Ogni anno muoiono circa 20 sacer­doti, mentre al seminario possono accedere soltanto 10 nuovi studenti. Inoltre sappiamo quali difficoltà vengano frapposte da parte dei funzionari del governo a coloro che entrano in seminario.

I nostri sacerdoti vengono arrestati per la preparazione dei bambini alla prima comunione. Il 26 agosto è stato arrestato per aver svolto opera di catechizzazione il nostro sacerdote J. Zdebskis, che ora è in attesa di giudizio.

Tutto ciò compromette ai nostri occhi la costituzione e le leggi sovietiche.

Perciò noi preghiamo il governo dell'Unione Sovietica: di concederci una vera libertà di religione, di consentire ai nostri sacerdoti l'adempimento dei loro doveri pastorali senza osta­coli e senza paura, di disporre il rilascio del nostro sacerdote Juozas Zdebskis.

Prienai, 12 settembre 1972

Questo esposto, sottoscritto da 2.010 credenti, ha costi­tuito un atto di coraggiosa protesta del popolo contro la persecuzione della religione. Il governo non aveva pensato che il popolo credente potesse essere come un vulcano as­sopito solo temporaneamente.

Noi non possiamo prevedere le ulteriori conseguenze; una cosa però è certa: i credenti lituani lotteranno per i propri diritti!

Quanto vivamente la gente abbia reagito all'arresto del sac. Zdebskis si può giudicare da alcuni fatti. In occasione

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della festa della Natività di Maria nel santuario di Šiluva circa 200 persone hanno lasciato offerte per la celebrazione di messe per il rev. Zdebskis.

La parrocchia di Santaika, avendo perduto il proprio par­roco, si rivolse al segretario generale del PCUS, affinché venisse rilasciato il rev. Zdebskis, dato che il vescovo non di­sponeva di alcun sacerdote da inviare in qualità di par­roco a Santaika.

Noi sottoscritti cattolici ci appelliamo al Comitato centrale pregandolo di rivolgere la sua attenzione alla difficile situazione nella quale si trovano i credenti della Lituania.

I funzionari del governo non consentono l'accesso al semina­rio ecclesiastico a tutti quelli che lo vorrebbero e perciò il numero dei sacerdoti diminuisce rapidamente. Anche attual­mente il vescovo non dispone di sacerdoti a sufficienza per provvedere a tutte le parrocchie. Abbiamo appreso che que­st'anno è rimasta priva del sacerdote la parrocchia di Lanke­liškiai, mentre questo mese noi stessi siamo rimasti senza un sacerdote fisso. Quello che viene periodicamente da fuori non è in grado di provvedere debitamente alle nostre necessità spi­rituali. Questo ci addolora e suscita in noi una sensazione di sfiducia nel governo per la linea da esso adottata.

Appena uscito dal lager di Alytus il rev. Šeškevičius, condan­nato per l'adempimento dei propri doveri sacerdotali, a Prienai è stato arrestato il rev. Zdebskis il quale, come abbiamo sentito, preparava i bambini alla prima confessione su richiesta dei loro genitori. Se ciò costituisce un reato, come si può parlare di libertà di coscienza e di religione?!

Noi cattolici non abbiamo libri di orazioni e per pregare ci serviamo di copie vecchie e malridotte. Diversi anni fa abbiamo avuto qualche copia del libro di preghiere edito dal governo, quasi si avesse voluto prenderci in giro... Sarebbe necessario che ogni cattolico potesse acquistare almeno una copia di un buon libro di preghiere. Noi non disponiamo nemmeno di una Sacra Scrittura da leggere.

Siamo profondamente addolorati per il fatto che i diritti dei cattolici vengono brutalmente violati, come se si trattasse di negri, e perciò preghiamo il Comitato centrale di disporre affinché i funzionari del governo non interferiscano nella vita del semi­nario ecclesiastico, permettano alle nostre autorità ecclesiastiche di stampare ogni anno un congruo numero di libri di preghiere, di Vangeli e di altri testi religiosi e infine rilascino il reverendo

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Zdebskis. Allora il vescovo potrà disporre di più sacerdoti da destinare a parroci.

Santaika, 26 settembre 1971

L'esposto è stato firmato da 1.190 cattolici di Santaika.

Intanto le settimane ed i mesi passavano e la data del processo del rev. Zdebskis veniva procrastinata e tenuta ac­curatamente segreta. Improvvisamente, la sera dell'11 no­vembre, si diffuse per la parrocchia di Prienai come un ful­mine la notizia: « Domani a Kaunas verrà giudicato il rev. Zdebskis! ».

L'indomani il governo sovietico avrebbe mostrato il suo vero volto nei confronti dei credenti.

Solidarietà dei credenti in occasione del processo

Già di buon mattino la gente riempiva l'ingresso e le scale del tribunale, dal terzo piano a tutto il cortile. Molti recavano in mano dei mazzi di fiori. Tutti attendevano l'arrivo del rev. Zdebskis. Attorno si davano da fare i miliziani1. All'avvicinarsi dell'ora stabilita per l'inizio del processo, essi si misero « a far ordine », cioè ad espellere fuori la gente con la forza. Nel picchiare, colpirono a san­gue anche una donna. I cattolici vennero allontanati dal­l'aula del tribunale e il loro posto venne preso da un gran numero di agenti della Sicurezza. Oltre a questi, nell'aula, vi erano i testimoni: bambini e genitori, nonché i funzio­nari di vari uffici convocati da Prienai. Bisognava dare una buona impressione: stava per aprirsi un processo pubblico... al quale gli agenti della Sicurezza avevano consentito di as­sistere soltanto agli ateisti. Il governo senza dubbio non intendeva dare troppa pubblicità a questo processo.

Gli arresti dei credenti cominciarono già sulle scale del tribunale. Venne arrestato un giovane perché aveva fatto notare ai miliziani che si lasciavano entrare nell'aula del processo solo gli ateisti, mentre lo si impediva ai credenti. Il giovane fu condannato a 15 giorni di prigione. Nel corridoio del tribunale venne anche arrestato un sacerdote che aveva accompagnato la madre del rev. Zdebskis e fu condotto nella sede della Sicurezza per esservi interrogato.

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Intanto fuori del palazzo del tribunale la folla aumentava sempre più. I miliziani presero allora ad arrestare le per­sone che avevano in mano dei mazzi di fiori, spingendole a viva forza nei cellulari. Ne nacque una grande confusione e si levarono delle grida. Ai miliziani venne dato l'ordine di disperdere la folla, composta da 500-600 persone. Dopo aver brutalmente disperso la massa, essi procedettero all'ar­resto di singole persone. Venne anche arrestato tra gli altri un sacerdote che stava transitando per suo conto, con l'ac­cusa di aver organizzato la dimostrazione. Per tutta la gior­nata la via Ožeškienė venne pattugliata dai miliziani, che non permettevano alla gente di raggrupparsi. « Cosa state a fare qui, come porci?! » così salutavano il popolo gli agenti della milizia. Persino dai negozi circostanti la gente veniva cacciata via. « Cacciate fuori di qua le bigotte! » gridò un miliziano entrando in un negozio. La maggior parte degli arrestati venne rilasciata verso sera. Uno di loro venne por­tato prima all'ospedale psichiatrico e poi condannato a 15 giorni di carcere.

Quel giorno il popolo ha dimostrato inequivocabilmente la propria solidarietà con il sacerdote processato, mentre la massa degli agenti della Sicurezza e dei miliziani ha mo­strato come il governo sovietico rispetti i diritti dei credenti.

Racconta la Sacra Scrittura che il re di Siria, Antioco, per mantenere il terrore nel popolo ebraico ogni mese tru­cidava coloro che restavano fedeli alla legge di Dio. Essi tuttavia per la maggior parte preferivano morire piuttosto che tradire la propria fede ( I Maccabei, 1 ).

Il processo contro il rev. Zdebskis aveva lo stesso scopo: mantenere il paese in un'atmosfera di paura, affinché nes­suno osasse chiedere maggiori libertà.

Se è vero che la persecuzione suscita paura, tuttavia il sa­crificio che si compie in nome di Dio soffrendo per la pro­pria fede spinge la gente a riflettere e a lottare per i valori più alti della vita umana.

L'interrogatorio dell'imputato

Il tribunale del popolo della provincia di Kaunas era composto dal giudice popolare V. Gumliauskas che lo pre­siedeva e dai consiglieri popolari Palaišienė e Vasiliauskas.

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Fungeva da segretario Černiauskaitė. Al processo erano pre­senti il procuratore A. Miliukas, l'accusatore « sociale » S. Ratinskas e l'avvocato difensore A. Riauba.

Il giudice diede lettura del verbale dell'assemblea degli insegnanti della scuola media di Prienai che era stata riunita per designare l'accusatore « sociale ». Quindi iniziò l'interrogatorio dell'imputato (del quale si riportano alcuni estratti).

« È mai stato condannato prima d'ora? » « Sì. »

« Per quali reati? »

« Per lo stesso motivo di adesso. In seguito però il tri­bunale supremo annullò il verdetto. »

« Le è mai stato tolto il diritto di esercitare il ministero sacerdotale? »

« Sì. »

« Perché? »

« Non sono in grado di spiegarlo all'onorevole tribunale, perché ancora oggi non mi è chiaro il motivo per cui mi vennero tolti quei diritti. »

« Cosa potete dire in merito all'accusa che vi si rivolge? »

« Dichiaro di non essere d'accordo con l'accusa secondo cui io avrei organizzato l'insegnamento religioso ai bambini. Io non ho "organizzato" nulla, d'altronde ciò non mi sarebbe possibile per mancanza di tempo: dovrei girare per le case oppure per i villaggi. L'esame delle nozioni dei bambini che si preparano alla prima comunione si svolge durante tutto l'anno e chi vuole può venire da me. Soltanto in estate, durante le vacanze, quando i bambini sono liberi dalla scuola, ne vengono di più e per questo si era formato un numeroso gruppo di ragazzi. »

« Di quanti bambini si componeva ogni gruppo? »

« Talvolta di uno; talvolta di parecchi... »

« Potevano anche arrivare a cento? »

« rispose con gioia il rev. Zdebskis qualche volta arrivavano ad essere fino a cento. Con mia grande soddisfa­zione ci sono dei genitori coscienti i quali preparano assai bene i propri figli che, una volta esaminati, possono essere subito ammessi ai sacramenti. Ma vi sono anche dei bambini meno intelligenti, che non si possono ammettere subito alla

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prima comunione in quanto non hanno ancora assimilato le verità della fede. »

« Nell'istruttoria è scritto che alcuni vi si sono recati per due settimane consecutive. »

« Può anche darsi. »

« Veniva fatta una registrazione, degli elenchi nomi­nativi... »

« No. Esaminavo soltanto quelli che di volta in volta in­tervenivano. Perché non si verificassero dei malintesi, dopo l'accertamento delle nozioni religiose veniva dato loro un biglietto, cioè il permesso ad accedere alla prima comunione. Vi erano dei bambini i quali la prima volta non erano in grado di rispondere alle domande di catechismo. In tali casi davo loro le spiegazioni necessarie. »

« Da chi avevano sentito che nella chiesa veniva impartita loro una simile istruzione? »

« Di solito viene raccomandato in chiesa, durante le pre­diche, che i genitori si occupino dei propri figli, che inse­gnino loro le verità della fede, che le vacanze costituiscono per questo il periodo più propizio e che, dopo aver preparato i bambini, li portino per l'accertamento delle loro nozioni religiose. »

« Siete stato voi a raccomandarlo, oppure lo fanno anche gli altri sacerdoti? »

« In genere chi teneva la predica lo ricordava. »

« Avete istruito da solo i bambini, oppure con la collabo­razione di qualche altro sacerdote? »

« Dato che nella parrocchia di Prienai io ero il più gio­vane, il maggior peso del lavoro spettava a me, perché il parroco ha tanti altri compiti da assolvere. »

Il rev. Zdebskis era anche accusato di essere stato l'inizia­tore, tra gli altri sacerdoti, dell'istruzione religiosa dei bambini.

« Non sono stato certo io il promotore della preparazione dei bambini ai sacramenti. Affermando ciò mi verrebbe attri­buito troppo onore. Anche gli altri sacerdoti compiono que­sto dovere catechistico impostoci da Cristo e dalla Chiesa. Mentirei se affermassi che essi non insegnano. Su come adempie a questo dovere, ognuno deve rispondere solo alla propria coscienza. »

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Interrogatorio dei bambini e dei genitori

Furono quindi interrogati i testimoni minorenni. Dopo aver chiesto loro nome e cognome, il giudice li ammoniva: « Dì tutta la verità al tribunale. Riconosci questa persona? Voltati e guardala! ».

Alcuni risposero: « Sì, lo conosco »; altri dissero di no. Un ragazzo, dopo aver fissato a lungo il sacerdote, che gli era di fronte e gli sorrideva, rispose: « È molto cambiato... ». Alla richiesta del giudice di esporre quello che egli aveva in­segnato loro, gli uni risposero: « le orazioni »; altri dissero che «... non insegnava, ma interrogava soltanto ». Altri an­cora dichiararono che « ...insegnava a non rompere i vetri, a non frugare nelle tasche altrui, a non litigare, a non ru­bare, ad ascoltare i genitori ». Il giudice chiese quando ave­vano inizio le lezioni e quando si faceva l'intervallo. Al­cuni ragazzi citarono i vari orari; altri risposero di non ricordarlo. Alla richiesta del giudice di dire su che testi studiavano e da chi avevano avuto i catechismi, quasi tutti risposero che li aveva la mamma o la nonna. I bambini più timidi piangevano e tacevano. Il rev. Zdebskis si alzava da­vanti ad ogni bambino che veniva interrogato, mentre il giudice lo ammoniva in continuazione: « State seduto voi! ».

Dopo iniziò l'interrogatorio dei genitori. Il teste R. di­chiarò: « Ho preparato il bambino e l'ho portato in chiesa perché il sacerdote lo esaminasse ».

« Era il bambino che desiderava ciò, oppure è stata una vostra iniziativa? »

« Così hanno fatto con noi i nostri genitori e quindi anche io mi regolo in questo modo. »

Il difensore: « Nessuno vi ha fatto pressioni del tipo: volente o nolente devi portarlo? ».

« No. L'ho condotto in chiesa di mia spontanea volontà. »

Ai genitori venne poi insistentemente chiesto con quale frequenza portavano i bambini dal sacerdote, di che cosa parlava il prete, di quanti ragazzi erano composti i vari gruppi, eccetera.

Più tardi vennero interrogati i rappresentanti locali delle autorità governative.

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Testimonianze di funzionari Testimone Kučinskas:

« Agli inizi del mese di luglio il Comitato esecutivo rice­vette delle segnalazioni da parte di alcuni cittadini secondo le quali il prete di Prienai insegnava in chiesa la religione ai bambini. Ci recammo in chiesa e vi trovammo 50 bambini ed altrettante donne. Il prete Zdebskis stava spiegando. Al nostro ingresso egli fece una pausa e andammo a parlare in sacrestia. Lo ammonimmo che con tale comportamento egli commetteva un reato di fronte alla legge. Ma egli ci rispose: "Ho insegnato e continuerò a farlo. Allorché si scontrano le leggi di Dio e della Chiesa con quelle dello Stato, bisogna ubbidire senz'altro a Dio", non dando così alcuna impor­tanza al nostro ammonimento. Una settimana dopo mi recai in chiesa accompagnato da una commissione e trovai il prete Zdebskis che stava nuovamente facendo istruzione religiosa. Del fatto venne redatto un verbale. »

« Il rev. Zdebskis è stato corretto con voi? »

« Sì, lo è stato. Anzi, all'inizio, ha persino fatto dello spi­rito: "Mi avete forse portato dei bambini? Sono pronto a servirvi!...". »

« Avete redatto un verbale in tutte e due le citate oc­casioni? »

« In tutte e due. »

Testimone M. Naginavičius:

« Il 9 luglio 1971 feci parte della commissione d'indagine sull'istruzione dei bambini in chiesa. Giunti nel tempio vi trovammo un gruppo di bambini e di madri. Il prete Zdebskis stava spiegando. Lo avvertimmo che l'insegnamento organiz­zato della religione era contro le leggi. Egli rispose che lo sapeva, ma che aveva insegnato ed avrebbe continuato a farlo per un preciso comandamento di Dio... »

Dopo l'intervallo il giudice diede lettura dei documenti allegati al processo che dimostravano la « colpevolezza » del rev. Zdebskis. Ecco il contenuto di alcuni di essi:

Documento n. 3: « Uno scritto del presidente del Comi­tato esecutivo della provincia di Prienai all'incaricato del Consiglio degli affari religiosi, Rugienis, sul fatto che l'8 lu-

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glio 1971 era stato sorpreso in chiesa il prete in pensione Zakaryza con un gruppo di 50 bambini. Redarguito, lo Zakaryza dichiarò: "Ho insegnato e continuerò ad insegnare. Faccio ciò che comanda Dio". Il 9 luglio anche il rev. Zdeb-skis, ammonito, diede analoga risposta. Al che egli venne rimproverato di non voler ubbidire alle leggi ».

Documento n. 20 (proveniente da una località dove il rev. Zdebskis aveva svolto in precedenza il suo ministero): « Il presidente del Comitato esecutivo della provincia di Lazdijai scrive che a Kapčiamiestis sotto l'influenza del rev. Zdebskis l'attività religiosa è divenuta più intensa: du­rante le processioni vengono portati la croce e gli stendardi anche se ciò non è permesso. Egli attira i pionieri e gli ottobrini e li iscrive alla recita del rosario. Il rev. Zdebskis possiede una motocicletta 'JAVA' e gira per le case. Si è recato anche da una famiglia comunista, dicendosi disposto a battezzare il figlio anche in casa ».

Tutti i suddetti documenti: denunce, fotografie, ammoni­menti, riempivano 53 cartelle dell'atto di accusa. Dopo la loro lettura, il rev. Zdebskis chiese di poter esporre le proprie ragioni nel suo ultimo intervento prima della sentenza.

Dopo di che ebbe inizio il dibattito.

Argomenti dell'accusa

L'accusatore « sociale », direttore dell'internato della scuo­la media di Prienai, S. Ratinskas, nel suo intervento disse che il rev. Zdebskis conosceva le leggi che vietano l'insegnamento della religione ai minorenni e che riteneva di non doverle osservare, giustificandosi col dire di dover ubbidire a leggi superiori. Non è lecito calpestare le leggi. Zdebskis distrugge ciò che viene insegnato nella scuola. Gli alunni non riescono ad assimilare i concetti imposti dal programma, dubitano... La Chiesa incute paura alla gente. Essa non ha esperienza della vita... Il testo fondamentale della religione è antipe­dagogico, perché parla di vita dissoluta... L'organizzazione dell'insegnamento della religione in chiesa è stata possibile in quanto tale proposito venne manifestato durante la pre­dica... Per lo studio della religione vi è un seminario eccle­siastico. Vi si permette di accedere, si dice, fino a 10 candi-

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dati ogni anno ma, dato che non se ne presentano mai così tanti, ve ne entrano solo 3 o 4 e ciò soddisfa pienamente le esigenze dei credenti perché il loro numero diminuisce con­tinuamente. Lo Stato non pone ostacoli ai credenti...

L'accusatore terminò il proprio discorso calunniando il rev. Zdebskis.

Ed ecco ora il riassunto dell'arringa del procuratore.

  1. genitori ed i tutori hanno il pieno diritto di insegnare ai propri figli le cose della religione. Per l'impedimento a compiere i riti religiosi sono previste delle sanzioni. Il « De­creto sull'educazione cristiana » del Concilio Vaticano II dichiara che, oltre ai genitori, anche lo Stato ha dei diritti sui giovani. Il rev. Zdebskis ha violato la legge sulla separa­zione della Chiesa dallo Stato. Nei mesi di luglio-agosto 1971 egli ha organizzato sistematicamente l'istruzione di minoren­ni, in tutto circa 200-300 bambini, perciò egli deve essere punito con la pena prevista dall'articolo di legge infranto...
  2. procuratore cercò quindi di dimostrare che il rev. Zdeb­skis aveva organizzato e praticato l'istruzione dei bambini metodicamente. In base alle dichiarazioni dei testimoni ed alle parole dello stesso imputato, il reato è certo e piena­mente dimostrato. L'istruzione dei bambini era compiuta anche dal prete Zakaryza; tuttavia, a causa di circostanze sopravvenute, la procura ha annullato il processo penale con­tro di lui. Concludendo il proprio intervento il procuratore chiese al tribunale la condanna del rev. Zdebskis ad un anno di privazione della libertà, pena da scontarsi in un lager a regime normale.

Il difensore Riauba cercò di dimostrare che il rev. Zdebskis non aveva organizzato metodicamente l'istruzione ai bam­bini. Nel corso del processo non era stato presentato alcun documento che provasse ciò. L'imputato aveva soltanto di­mostrato il proprio interesse per le cognizioni religiose dei bambini. Non vi era stata alcuna coercizione. Nell'appendice al codice penale è chiaramente indicato dal Presidium del Soviet supremo della RSS di Lituania come applicare l'arti­colo riguardante la separazione della Chiesa dallo Stato; vi si sottolinea l'organizzazione e la pratica sistematica. Non basta soltanto la pratica. Inoltre alcuni bambini erano andati in

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chiesa per la prima volta. Forse ciò costituiva un'istruzione

sistematica?

Il difensore citò le parole di Lenin sull'opportunità di non offendere i sentimenti dei credenti, mentre l'accusatore aveva fatto proprio questo, riprendendo le voci infondate sul conto del rev. Zdebskis. Nel concludere il suo intervento il difen­sore chiese la non applicazione dell'art. 143 del codice pe­nale ma tutt'al più la comminazione al rev. Zdebskis di una multa di 50 rubli da parte del Comitato esecutivo.

Infine venne concessa la parola al rev. Zdebskis per discol­parsi, prima che venisse emessa la sentenza. Tuttavia, mentre questi parlava, il giudice lo interruppe più volte, non con­sentendogli di esprimere i pensieri voluti; perciò presentiamo qui il testo dell'autodifesa del rev. Juozas Zdebskis.

L'autodifesa dell'imputato

Sono stato arrestato il 26 agosto 1971 e sottoposto a proces­so per il fatto che nell'estate di quest'anno ho istruito alcuni bambini sulle verità della fede nella chiesa di Prienai. In uno dei verbali del processo è scritto: « Nella chiesa sono stati tro­vati circa 70 bambini e 50 genitori. Pertanto egli viene accu­sato di violazione del codice penale della Repubblica socia­lista sovietica di Lituania, articolo 143, comma 1°, che parla della separazione della Chiesa dallo Stato. L'accusa gli è stata notificata al momento dell'arresto ».

Come giustifico il mio operato? Sono costretto a ripetere lo stesso argomento che esposi in chiesa, allorché un gruppo di ateisti entrato nel tempio mi chiese se sapessi che l'insegna­mento religioso ai bambini è proibito. Risponderò con le stesse parole che i primi discepoli di Cristo usarono dinanzi al Sine­drio ebraico: « Si deve obbedire più a Dio che agli uomini » (Atti degli Apostoli 5, 29).

1. Quindi, alla prima domanda, sul perché io abbia inse­gnato ai bambini le verità della fede, fornisce la risposta il comandamento di Cristo che dice: « Andate ed istruite... ad osservare tutto ciò che vi ho insegnato» (Matteo 28, 19). Tale comandamento si riferisce a tutti gli uomini, senza distin­guere se si tratti di un adulto o di un bambino. Insegnare non il proprio sapere, non un sistema di vita proposto da qualche filosofo, ma ciò che vuole Cristo, dando importanza soprattutto al suo massimo comandamento: non considerare nessun uomo come nemico. Tra tutti coloro che si sono dichiarati maestri

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nell'arte di vivere, nessuno ha osato imporre questo precetto. Neppure il Partito comunista.

  1. La Chiesa cattolica di Roma continua ad inculcare que­sto precetto di Cristo, quale persona giuridica, nel suo codice giuridico con 3 articoli (cic 129, 130, 131).
  2. Il comandamento di insegnare ai bambini le verità della fede e il modo di vita indicato da Cristo continuano ad adem­pierlo i genitori, che posseggono il diritto naturale sui propri figli. Quando i genitori vogliono che i propri figli imparino la musica, chiamano un insegnante di musica; per la matematica, un insegnante di matematica e così via. Noi sacerdoti, di con­seguenza, ci troviamo tra due leggi.

Si suppone che lo Stato, emanando le leggi, non debba avere altro scopo che il bene dei cittadini, il quale è inconcepibile senza la libertà di coscienza e senza il diritto dei genitori sui figli. La costituzione dell'urss riconosce la libertà di coscienza e il diritto dei genitori sui propri figli. Inoltre, l'urss ha sot­toscritto e ratificato anche la Dichiarazione universale dei di­ritti dell'uomo. Di questo si parlò ampiamente un anno fa, in occasione di un analogo processo intentato contro il sacerdote Šeškevičius. Dato che questo processo non è affare di un sin­golo individuo l'imputato bensì della Chiesa cattolica quale persona giuridica, penso sia inutile rilevare che questo diritto pone problemi di una certa estensione geografica, e mi pare non occorra ripeterlo nuovamente. Meritano invece rilievo le ultime prese di posizione su questo problema da parte del segretario generale del Comitato centrale del pcus, Breznev, il quale, nella sua relazione al xxiv congresso, sottolineò: « Non possono essere ammesse neanche le violazioni dei diritti della persona umana, le offese alla dignità dei cittadini. Per noi comunisti, sostenitori degli ideali più umani, ciò costituisce un principio » (Articolo di fondo apparso sulla « Pravda » del 29 agosto 1971).

L'incaricato degli affari religiosi presso il Consiglio dei mini­stri della rss di Lituania, Rugienis, in una sua intervista ufficiale al redattore di un giornale lituano all'estero, Jokubka, ha sottolineato che in Lituania c'è piena libertà di religione e di coscienza. Dichiarò persino che nessuno ha il diritto di prendere informazioni sulle credenze religiose di chicchessia. Di conseguenza Jokubka presentò la situazione religiosa della Lituania nel suo libro Tėvų žemė (Madrepatria), pubblicato quest'anno a Chicago, come gli era descritta. Essa viene presen­tata analogamente anche nell'opuscoletto edito di recente in Lituania in lingua inglese e italiana La Chiesa in Lituania. La

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posizione ufficiale del governo su questo argomento, non soltanto in passato ma anche in questi ultimi tempi, è sempre la mede­sima: in Lituania esiste piena libertà di religione.

La libertà per la Chiesa cattolica in quanto persona giuridica deve manifestarsi con l'autorizzazione a funzionare. Infatti, se si autorizza ad esistere, con ciò stesso si deve anche permettere di mangiare, di respirare, ecc. Se ufficialmente si consente che vi siano dei sacerdoti, automaticamente si prevede anche la possibilità che questi esercitino le loro funzioni principali, cioè di officiare il Sacrificio, di assolvere i peccati in nome di Dio (giudicare) e di insegnare. Si ha quindi l'impressione che io venga processato per l'adempimento di quelli che sono dei miei precisi doveri. Negli atti del processo e nelle dichiarazioni degli ateisti di varie località dove io ho svolto la mia opera mi si accusa per l'adempimento dei miei doveri. È spiacevole constatare che non vi sia in proposito alcuna attestazione della curia vescovile. Possibile che anch'essa mi ritenga colpevole per l'adempimento di un mio dovere? 1

Gli ateisti stessi violano le loro leggi

È ovvio che si devono fare presenti ai giudici anche quelle circostanze psicologiche che indubbiamente hanno avuto un loro peso sul mio comportamento, per il quale oggi vengo processato. Tali circostanze sono costituite da episodi nei quali gli stessi ateisti oppure singole istituzioni governative non os­servano la medesima legge, che parla della libertà di coscienza, in base alla quale io vengo processato.

La parola « ateista » è qui usata come la più appropriata al nostro caso, dato che un ateista, sia che si tratti di un funzio­nario per la Sicurezza dello Stato, dell'apparato amministra­tivo o di quello della pubblica istruzione, si presenta per que­sto aspetto ugualmente come un combattente contro Dio. Le leggi dell'urss risolvono il problema della libertà di co­scienza separando la Chiesa dallo Stato. Ma a causa di certi ateisti la Chiesa non si sente separata dallo Stato. Anzi, al contrario: essa viene piegata agli interessi degli ateisti. E ciò, sovente, avviene con l'inganno e con subdole manovre. Per le medesime cause, i credenti si sentono « fuori della società ». Essi si tro-

1 Le curie diocesane in Lituania oggi sono ridotte a svolgere le stesse funzioni dei sindacati sovietici: impartire istruzioni per l'osser­vanza delle disposizioni emanate dal regime. (N.d.r.)

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vano ad essere discriminati di fronte alla legge. Fatti che il popolo ben conosce, e che quindi non possono essere ignorati dalle procure della repubblica. Perché esse tacciono?

Possiamo ad esempio ricordare qualcuno di questi fatti, presi tra quelli che hanno una più stretta analogia con questo processo.

Anzitutto i credenti avvertono l'ineguaglianza di trattamento di cui sono fatti oggetto di fronte alla legge, disparità eviden­ziata dal fatto che gli ateisti hanno una propria stampa e scuole proprie mentre ai credenti tutto questo viene negato. Mentre i sacerdoti vengono puniti per la preparazione dei bambini alla prima comunione, c'è da chiedersi se vi sia stato almeno un processo contro qualche ateista per la violazione dei diritti dei credenti, particolarmente in base all'aggiunta all'art. 143 del codice penale, fatta nel 1966. Di tali violazioni se ne verifi­cano parecchie.

  1. Ad esempio: un anno fa è stata esonerata dall'insegna­mento perché credente una professoressa delle scuole medie di Vilkaviškis, con l'interdizione non soltanto dall'attività pedago­gica ma da qualsiasi altra attività lavorativa. Forse ciò non costituisce una violazione della libertà di coscienza? E questo non è un caso isolato nel nostro ambiente.
  2. Si deve pure allo zelo degli ateisti se il popolo, partico­larmente la gioventù, gli studenti, i funzionari, non parteci­pano alla messa. Certamente essi sentono istintivamente che il modo migliore per conoscere Dio è quello di osservare il volto di una persona immersa in una sincera preghiera. Essi sentono istintivamente che tutto ciò che noi chiamiamo l'azione della grazia, come pure la robustezza della fede, sono necessaria­mente legati alla santa messa. Quindi: esiste libertà di co­scienza ma la cultura interiore del popolo, specialmente della gioventù, non deve essere coltivata. C'è tutta una serie di casi in cui l'insegnante non permette agli allievi di partecipare ad un funerale entrando in chiesa, o li costringe ad uscire. Forse ciò non costituisce un reato contro la libertà di coscienza?

Questi ed altri fatti analoghi, ben noti alla popolazione, non possono non essere conosciuti dalle procure della repubblica. Perché esse non agiscono? Perciò non c'è da meravigliarsi se i credenti non si sentono uguali di fronte alla legge. Perché il governo non risponde? Ai credenti inoltre riesce particolar­mente difficile capire perché il governo non abbia risposto a nessuno dei loro appelli a proposito delle discriminazioni esi­stenti nei loro riguardi. Sulla stampa era stato reso noto che la competente autorità deve rispondere agli appelli entro il pe-

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riodo di un mese. Come esempio può essere anche presa la reazione dei credenti a proposito di questo processo. Questa estate mentre si insegnavano ai bambini le verità della fede giunse in chiesa un gruppo di ateisti i quali si misero a foto­grafare i bambini di nascosto ed a raccogliere i loro nomi. Le madri insorsero in difesa dei propri figli. In chiesa avvenne un tumulto. Davvero ci vuole ben poco, per la psicologia del popolo, perché si possa ripetere qualcosa di simile ai fatti di Kražiai, accaduti al tempo dell'oppressione zarista

Si vorrebbe chiedere: tutto ciò contribuisce ad accrescere il rispetto dei cittadini verso la costituzione?

Dopo questo incidente, i genitori di 89 bambini inviarono un esposto al Comitato popolare di controllo presso il Comi­tato centrale del Partito comunista dell'urss, chiedendo di « cessare le persecuzioni dei cattolici ». Ma ad esso non è stata data alcuna risposta ufficiale nonostante vi figurassero gli indi­rizzi dei firmatari.

Di fronte a questi e ad altri simili fatti sorge spontanea la domanda: ma allora la comunità dei credenti si trova fuori della legge? Ci si deve forse meravigliare se nel popolo sorge il sospetto che la libertà di coscienza sancita dalla costituzione e la ratifica della Dichiarazione universale dei diritti del­l'uomo, ed altro, servano soltanto per motivi di propaganda? Come parimenti sanno di propaganda l'aggiunta all'articolo 143 del codice penale fatta nel 1966 (pene per la violazione delle libertà dei credenti), l'intervista di Rugienis a Jokubka, le pub­blicazioni Tėvu žemė, La Chiesa in Lituania ed altre, nelle

1 II governo zarista d'occupazione della Lituania, dopo la sparti­zione della Confederazione lituano-polacca nel 1795, aveva intrapreso l'opera di annientamento del cattolicesimo nel paese. Tra le altre misure vi era la graduale chiusura delle chiese cattoliche ed il loro passaggio agli ortodossi. I fedeli allora si organizzarono, dandosi il turno, a vegliare giorno e notte nelle chiese ed a pregare, dato che la legge prevedeva la loro immediata chiusura se fossero state trovate senza fedeli. Visto fallire il tentativo, lo zar ordinò di passare alla maniera forte. Così, una notte d'inverno del 1893, i cosacchi sfonda­rono le porte della chiesa di Kražiai, dove si trovavano riunite alcune centinaia di fedeli ed irruppero a cavallo nel tempio, colpendo alla cieca con le spade ed aprendo il fuoco con i fucili contro i fedeli che si rifiutavano di abbandonare la chiesa. Vi furono oltre 300 morti e feriti. La notizia del massacro sollevò un'enorme indignazione nel mondo civile e lo zar ritenne opportuno abbandonare la sua politica di persecuzione dei cattolici, oggi ripresa dai « nuovi zar » al potere. (N.d.r.)

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quali si parla della libertà di coscienza... Perché le procure della repubblica, vedendo tutto ciò, non intervengono? Possibile che ci siano delle leggi segrete, contrarie a quelle ufficiali, e ignote al popolo? Ma andiamo avanti.

Il metodo degli ateisti: frode e inganno

Tutta una serie di fatti nel comportamento degli ateisti costituisce esempio lampante di frode e d'inganno contro la libertà di coscienza. E perché tutto ciò non viene punito? Non di rado il comportamento degli ateisti nei riguardi della comu­nità dei credenti somiglia davvero a quello del duca di Glou-cester nel secolo XV, descritto nelle opere di Shakespeare. Egli aspirando al trono d'Inghilterra trucidava segretamente i propri rivali, mentre era capace di mostrarsi al popolo con un libro di preghiere in mano.

  1. Le manovre degli ateisti per essere loro a scegliere sia i sacerdoti da mandare a Roma a perfezionare gli studi, sia i can­didati per le nomine dei vescovi, non violano forse in modo subdolo la libertà di coscienza? Quale altro scopo può celarsi dietro tali manovre, se non l'intenzione di distruggere la Chiesa dall'interno nel paese, mentre la costituzione garantisce la libertà di coscienza, e di far credere al mondo che i vescovi si trovano ai propri posti e che le disposizioni provengono dalla curia vescovile, mentre in realtà lo spostamento dei sacerdoti e tutte le altre disposizioni vengono dettate dagli ateisti in modo che la situazione della Chiesa cattolica in Lituania di­venti simile a quella della Chiesa ortodossa?
  2. Forse non si tratta di un inganno la manovra di com­promettere agli occhi dei fedeli e del Vaticano diversi sacer­doti e persino i vescovi? Per esempio, è forse colpa dei fedeli che Sua Eccellenza il vescovo Sladkevičius, energico ed in ottima salute, venga annotato nell'Annuario pontificio con il titolo « sedi datus »?

1 Monsignor Sladkevičius venne arrestato subito dopo la sua con­sacrazione episcopale nel 1957 e da allora si trova agli arresti domici­liari fuori della propria diocesi, al pari di mons. Julijonas Stepona­vičius, arrestato nel gennaio del 1961 e relegato fuori della diocesi in una parrocchia periferica. Il popolo ed il clero li considerano tuttavia come l'autentica espressione della Chiesa cattolica e per questo il regime d'occupazione fa di tutto per sminuire la loro autorità. (N.d.r.)

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  1. Non costituisce forse un'impostura far funzionare un solo seminario ecclesiastico per la formazione dei sacerdoti nel qua­le si permette di ammettere, e con ciò stesso di ordinare ogni anno, soltanto 4-5 sacerdoti quando nello stesso periodo ne muoiono in Lituania dai 20 ai 30? E che cosa dire delle ma­novre perché non entrino nel seminario studenti e professori particolarmente capaci e di elevata vita interiore?
  2. La stessa cosa avviene con l'insegnamento ai bambini. Forse non è una truffa l'autorizzazione ad accedere alla prima comunione e contemporaneamente la pretesa che i bambini vengano preparati singolarmente (malgrado non esista alcuna legge precisa a tale proposito?). Come si possono preparare ad uno ad uno i bambini in quelle parrocchie dove durante l'estate se ne presentano a centinaia? In questi casi i genitori si attendono, e giustamente, aiuto da noi sacerdoti. Che cosa ci rimane da fare? Lasciare che i bambini vadano alla prima comunione impreparati? L'uomo non può amare ciò che non conosce. Forse che con tali imposizioni non si cela l'intenzione di sottrarre silenziosamente i figliuoli all'influenza dei genitori? Allora sì che gli ateisti potranno dire: « Da noi c'è la libertà di coscienza. La gente rinuncia spontaneamente alla religione ». In tal modo la libertà religiosa diventa simile al « permesso di vivere », ma con il divieto di nascere....

Onorevoli giudici, si è spinti a pensare che anche voi, come gran parte della nuova generazione, conosciate Dio solamente dal libro Le amenità bibliche e da altre pubblicazioni ana­loghe, e non quel Dio che è morto per noi sulla croce. Chissà se oggi, pur possedendo diplomi di studi superiori nella vostra specializzazione, riuscireste a superare almeno un esame nelle materie della religione, così come lo sostengono i bambini alla vigilia della prima comunione? Tenendo ben presente tutto questo (dato che anche voi siete secondo il detto di Rachma-nov persone prodotte dalla « Nuova Fabbrica di Uomini » ), noi dobbiamo perdonarvi per questo processo ed implorarvi il perdono di Dio. Quel giorno, quando venne provocato come ho detto un tumulto in chiesa, domandai subito dopo ai bambini: « Bambini, bisogna odiare questa gente? ». Essi risposero: « No! » « Qual è il maggiore insegnamento di Gesù? » « Non considerare alcun uomo come tuo nemico », fu la loro risposta.

Questi ed altri fatti, noti a tutta la popolazione, non è pos­sibile siano sconosciuti alle procure della repubblica; ed io ne ho citato solo qualcuno a mo' di esempio. Perché viene tollerato tutto ciò mentre io vengo incriminato e processato per la vio-

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hizione della libertà di coscienza? Come può essere punito un cittadino per la violazione di disposizioni di legge non rispet­tate come abbiamo visto nemmeno dalle istituzioni gover­native? Il fatto stesso che un simile processo venga intentato contro un sacerdote non costituisce forse un reato contro la libertà di coscienza, un tentativo di sottrarre i figli alla potestà paterna? Forse mi si potrebbe accusare di violazione della li­bertà di coscienza se avessi fatto ciò all'insaputa dei genitori. Possibile che lo Stato stesso abbia dimenticato le norme sancite dalla costituzione, se tollera tutto questo?

Osservando i fatti concreti si ha l'impressione che l'articolo stesso in base al quale io vengo processato sia nebuloso. Come esempio mi richiamo ad un identico processo svoltosi nel 1964 nel quale venni condannato ad un anno di carcere per l'insegnamento della religione ai bambini. Trascorsi alcuni mesi, giunse un ordine del governo di rilasciarmi e di annul­lare il processo. Nell'atto di proscioglimento spiccava questa motivazione: « È stato accertato che non venne usata alcuna coercizione nei riguardi dei bambini ». Ma il tribunale questo lo sapeva già al momento del processo e condannandomi al carcere non aveva affatto accennato, neppure durante il suo svolgimento, ad un qualunque atto coercitivo nei riguardi dei bambini. Mentre l'articolo 143 del codice penale durante il processo venne così interpretato: « È proibito organizzare ed insegnare le verità religiose nella scuola » (ma non in chiesa!). E nonostante che non fossi stato incriminato per questo, il tribunale mi condannò ugualmente. Come spiegare ciò? E se poi in seguito mi hanno prosciolto, perché ora vengo nuova­mente processato in base allo stesso articolo? Anche ora il tribunale sa bene che non vi è stata da parte mia alcuna coercizione; che i bambini non venivano istruiti a scuola, ma in chiesa e dietro la volontà dei genitori, come attesta anche l'appello inviato a questo proposito dai genitori dei bambini al governo dell'urss.

La legge non può essere interpretata, nelle identiche circo­stanze, una volta in un modo e un'altra in un altro modo.

Parimenti non sono riuscito a conoscere quando e dove siano state pubblicate quelle « norme previste dalla legge », perché né il giudice istruttore né la Consulenza giuridica di Vilnius hanno risposto alla mia domanda.

Obbedire a Dio o agli uomini?

Quale conclusione trarre da tutto questo?

Ebbene, considerando umanamente gli eventi con una visua-

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le molto ristretta, in simili casi si vorrebbe ripetere le parole di Gesù: « Padre, se è possibile, passi questo calice da me ». In realtà invece noi sacerdoti dovremmo ringraziarvi per questo ed altri simili processi. Ciò costringe la nostra coscienza a par­lare, a non addormentarsi e a decidere. Voi ci ponete davanti a due possibilità.

La prima: scegliere la strada della cosiddetta « pacifica colla­borazione con gli ateisti », cercare di barcamenarci, tentare di servire due padroni, accondiscendere alle mire degli ateisti. Restare sacerdoti per conto proprio, ma innocui all'ateismo. Cacciare spontaneamente dalla chiesa la gioventù perché non partecipi alle funzioni ed alle processioni, perché non ser­va la messa. Persino non chiedere che essa venga alla messa, dato che non è permesso... Nel preparare i bambini alla prima comunione accontentarsi soltanto che sappiano le preghiere, senza che capiscano nulla del mistero della santa messa l'es­senza di tutta la vita cristiana e senza riflettere a quale situa­zione ci sarà nel paese fra 10 o 20 anni! Ciò significherebbe non adempiere ai propri doveri di sacerdote; vorrebbe dire entrare in conflitto con la propria coscienza; occuparsi soltanto del menù per il pranzo, cercando di scordare che ai bambini si continuerà ugualmente a parlare di Dio, ma di un dio che in realtà non esiste. Io stesso non credo nel dio che continuano a presentare, nella situazione in cui ci troviamo, la vostra stampa e la radio.

Voi mi avete fatto vedere dietro le sbarre migliaia di giovani. Nessuno di loro conosce quel Dio che si deve amare e che ci ama. Nessuno ha parlato loro di un tale Dio. Nessuno ha insegnato loro a cercare la felicità facendo del bene ad ogni uomo, anche al nemico. Lo so bene che se noi sacerdoti non parleremo di questo ai giovani saranno le pietre a gridarlo! E Dio ci chiederà conto del loro destino!

Ecco che cosa significa, nel nostro ambiente, la « pacifica collaborazione con l'ateismo »; una cosa che i credenti all'este­ro non riescono a comprendere.

E di questo non sono forse responsabili gli ateisti?

La seconda possibilità: essere sacerdoti secondo il volere di Cristo, decisi a compiere i doveri richiesti da Cristo e dai canoni della Chiesa, e con ciò accettare tutto quello che la Provvidenza può riservarci. In questo caso, optare per le fine­stre con le grate, come mi disse il giudice istruttore: « Non hai voluto mangiare le anatre arrosto, ora proverai il pane del carcere! ».

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Ma se non fosse oggi il tribunale, sarebbe la nazione domani a giudicare noi preti!

Alla fine verrà l'ora della giustizia divina. Il Signore aiuti noi preti ad avere paura di questa più che dei vostri tribunali!

Mi torna in mente il pensiero delle migliaia di giovani dietro le sbarre. Essi non sono stati capaci di obbedire ai genitori nella loro fanciullezza... Mi è cara la terra sulle rive del Nemunas So bene che essa scomparirà se i suoi figli non saranno in grado di ascoltare i genitori... Di questo ho parlato loro; ho detto che questo è il volere di Dio.

Ma se tutto ciò, secondo la vostra coscienza, costituisce un crimine, consideratemi pure un fanatico e giudicatemi. Ma nello stesso tempo giudicherete anche voi stessi!

Chiedo al tribunale di tenere presenti le circostanze psicolo­giche elencate e di non dimenticare che il verdetto potrebbe spingere la comunità dei credenti a considerare gli articoli della costituzione come parole di pura propaganda. Come può infon­dere rispetto una norma che costringe il cittadino ad entrare in conflitto con la propria coscienza? Come può sussistere il rispetto della legge, se essa punisce per l'adempimento del proprio dovere?

Non mi rimane altro che ripetere le parole degli apostoli, già pronunciate davanti a questo tribunale: « Bisogna obbe­dire più a Dio che agli uomini ».

La condanna

Terminata l'autodifesa del rev. Zdebskis, seguì un inter­vallo di circa due ore. Finalmente la corte, rientrata in aula dopo una lunga seduta in camera di consiglio, pronunciò in nome della RSSL la seguente sentenza:

« Questo tribunale riconosce Juozas Zdebskis, figlio di Vincas, nato nel 1929, colpevole in base all'art. 143, com­ma 1° del codice penale della RSSL e lo condanna ad un anno di privazione della libertà, pena da scontarsi in una colonia di lavori correzionali a regime normale. L'inizio della pena decorre dal 26 agosto 1971 ».

Il 9 dicembre 1971 il Collegio giudiziario delle cause


1 II maggiore fiume lituano. L'accusato allude chiaramente al tentativo moscovita di far scomparire persino il nome della Lituania, come avevano tentato di fare gli zar, usando al suo posto la perifrasi: «Il paese sul Nemunas». (N.d.r.)

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penali del tribunale supremo della rssl ribadi che il rev. Zdebskis era stato giustamente riconosciuto colpevole e che la pena inflittagli era proporzionata al reato commesso ed alla personalità dell'imputato.

Attualmente il rev. J. Zdebskis sta scontando la pena a Pravieniskiai.

Il sacrificio di coloro che soffrono per la fede vivifichi la terra dei nostri padri!

 

IL PROCESSO DEL REVERENDO PROSPERAS BUBNYS


Nell'estate del 1971 era previsto l'arrivo a Raseiniai del vescovo per il conferimento del sacramento della cresima. I sacerdoti della provincia avevano ricevuto dal prelato la disposizione di accertare le nozioni religiose dei cresimandi e di rilasciare i certificati di ammissione al sacramento.

Quindi il parroco della parrocchia di Girkalnis, P. Bubnys, aveva comunicato ai fedeli che gli interessati potevano por­tare i loro figli in chiesa per l'esame. I genitori cominciarono a fare così finché un giorno irruppe nella chiesa un gruppo di rappresentanti del Comitato esecutivo della provincia di Raseiniai. Trovati alcuni ragazzi che stavano aspettando il sacerdote, i delegati li acciuffarono e li trascinarono attra­verso la cittadina nella sede dei vigili del fuoco dove, con il terrore e le minacce, li costrinsero a scrivere una dichiara­zione secondo cui il sacerdote Bubnys aveva insegnato loro le verità della fede. I ragazzi ne restarono talmente impau­riti da mettersi a piangere e più tardi alcuni di essi si amma­larono persino.

Il 12 novembre 1971 ebbe luogo a Raseiniai il processo presso il tribunale del popolo. Ad esso furono ammessi sol­tanto i funzionari governativi ed i testimoni. I credenti resta­rono fuori dalla porta, all'aperto. Nessuno si attendeva che il rev. Bubnys sarebbe stato condannato. Infatti i funzionari del governo lo avevano sorpreso ad esaminare soltanto un bambino mentre gli altri attendevano il proprio turno. Solo quando i giudici si ritirarono in camera di consiglio e davanti alla sede del tribunale giunse il cellulare della milizia, fu

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chiaro a tutti che il rev. Bubnys sarebbe stato condannato. Il tribunale in nome della RSS lituana riconobbe colpevole il rev. Bubnys, comminandogli la pena di un anno di priva­zione della libertà da scontarsi in un lager a regime duro. Dopo la lettura della sentenza il rev. Bubnys venne amma­nettato c portato via nelle prigioni di Lukiškiai mentre il popolo piangeva.

Prima del processo il rev. P. Bubnys aveva scritto la pro­pria autodifesa che qui riportiamo.

L'autodifesa del rev. Bubnys: il dovere di annunciare il Vangelo a tutti

Onorevole tribunale,

mi incombe l'importante dovere come cittadino di pronun­ciarmi su un grave problema della vita: sono io colpevole per l'insegnamento della religione? Sorge qui il problema se la professione della religione (professione fatta non davanti agli alberi o alle pietre, ma di fronte agli uomini) e con ciò stesso la sua predicazione siano nella loro essenza un male e quindi cose da vietarsi. Se sono lecite, non ho allora io il diritto e il dovere di compierle?

La comunità delle Nazioni Unite e la costituzione del paese riconoscendo a tutti la libertà di coscienza e di religione hanno rigettato il concetto medioevale secondo il quale chi detiene il potere politico dispone anche di quello religioso. Consi­derando l'insegnamento della religione come un reato io riget­terei questa grande conquista del genere umano raggiunta at­traverso lunghi secoli e mostrerei di vanificare il progresso dello spirito. Io rispetto il diritto dei genitori di decidere se i propri figli debbano ricevere un'educazione religiosa o no. Pe­raltro, sono stati essi stessi a portarmi i loro figli per l'accer­tamento delle nozioni religiose, senza che fosse stata stabilita alcuna data per nessuno. Tuttavia, al fine di far risparmiare tempo alla gente, ci si basava sull'orario dell'unico autobus che passava a Girkalnis. Io non ho affatto ignorato le esigenze di chi lavora.

Oltre a dei doveri verso lo Stato, io, come sacerdote e come parroco, ho anche dei doveri verso la religione e la Chiesa, vincolanti per la mia coscienza.

Il supremo dovere di un sacerdote, impostogli dallo stesso Cristo, è quello di predicare il Vangelo, di istruire i popoli e di dispensare la grazia di Dio attraverso l'amministrazione dei sacramenti. Il governo sovietico non ha ancora chiuso defini-

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tivamente il seminario ecclesiastico nel quale si formano i nuo­vi sacerdoti studiando le materie della fede. Ciò significa impli­citamente che esso consente che le nozioni apprese vengano poi utilizzate per l'insegnamento della religione. Nel corso del­l'ordinazione ogni sacerdote si impegna verso lo stesso Dio e insieme con la destinazione assegnatagli dal proprio vescovo riceve il comandamento, regolato secondo le leggi della Chiesa, di istruire e di santificare il popolo di Dio. Quindi egli secondo coscienza non può sottrarsi all'obbligo di insegnare la reli­gione, come dice san Paolo: «... guai a me, se io non predi­cassi il Vangelo» (I Cor. 9, 16). I genitori parimenti hanno il diritto di istruire nella religione i propri figli. Se essi man­tengono a proprie spese il sacerdote come potrebbe egli rifiu­tarsi di servirli in quella loro esigenza? Sarebbe un'incon­gruenza, avendone il diritto e la possibilità, proibire loro di servirsi del sacerdote. Ciò equivarrebbe a fornire una persona di martello e poi costringerla a piantare i chiodi con il pugno. Una tale richiesta è assurda per una mente sana, perciò non c'è da meravigliarsi che alla maggioranza della gente possa apparire assolutamente incomprensibile.

Se perfino una qualsiasi persona onesta non può restare in­differente nelle materie della verità e della morale, tanto più non può tacere il sacerdote al quale per mezzo di Cristo è stato concesso di conoscere la verità divina. Perché non è stato dato agli uomini altro nome sotto il cielo, per mezzo del quale noi possiamo essere salvati, se non il nome di Gesù (Atti degli Apostoli 4, 12). La dottrina di Cristo è il fondamento della cultura e del bene dell'umanità. Quanto più l'essere intelli­gente è superiore a quello senza intelligenza, tanto più la cultura spirituale è superiore a quella materiale. Le leggi uma­ne mutano di tempo e di luogo, fino a divenire contrarie a quelle che furono precedentemente; le leggi di Cristo sono invece basate sulla stessa natura umana e non cambieranno mai fino a che l'uomo continuerà ad esistere. Il messaggio di Cristo non si esaurisce con la sua morte sulla croce. Egli è vivente eternamente. Ciò si dimostra anche in questo giorno. Egli giunge, come ha promesso, non tardando, con grande potenza e maestà, come colui al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Gli appartengono quindi anche tutti i credenti e tutti gli atei, per quanti essi siano. Lo staccio è nella sua mano, egli separerà la pula dal grano...

Alla luce di tutto ciò la mia coscienza mi dice di dover temere non per il « crimine » di aver insegnato ai bambini le verità della fede, ma per la trascuratezza nell'adempimento di

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così importanti doveri, perché se si calcola tutto il tempo dedi­cato secondo gli accusatori ad ogni bambino per l'accertamento della conoscenza delle più indispensabili nozioni religiose (per la prima comunione), non si arriva nemmeno a dieci minuti. Come si può parlare allora di istruzione?

L'unica mia giustificazione è quella di aver avuto troppo poco tempo a disposizione prima dell'arrivo del vescovo a Raseiniai. Quindi io non posso attribuirmi né meriti davanti a Dio, né colpa davanti alle leggi.

Dovendo oggi dichiarare pubblicamente se abbia insegnato la religione, io non posso né negarlo, né pentirmi di questo fatto, perché ciò significherebbe la deviazione della coscienza ed ignorare i diritti del Creatore di fronte alle leggi umane. Se le leggi umane non riescono ad allontanarsi dalle leggi della natura, date dal Creatore, significa allora che a sbagliare non è la natura, ma la componente umana; e per questo la gente soffre e soffrirà, fino a quando non si accorgerà dove è stato commesso l'errore, allontanandosi dal piano del Creatore.

In quest'ora solenne destinata a me, polvere della terra, io non posso rinnegare Gesù che ci ama, che ci ammonisce a non impedire ai piccoli di andare a lui. E concludo quindi dicendo: sia lodato Gesù Cristo!

Un mese dopo la condanna, il 9 dicembre 1971, il tribu­nale supremo confermò il verdetto del tribunale del popolo di Raseiniai.

Petizione a Mosca dei credenti della provincia di Raseiniai

I        fedeli di Girkalnis e delle parrocchie vicine, addolorati per l'ingiustizia fatta al sacerdote e delusi dal governo locale, si rivolsero allora al presidente del Presidium del Soviet su­premo dell'URSS nonché al procuratore generale dell'URSS con la petizione seguente.

Esposto

II        12 novembre 1971 a Raseiniai (rss di Lituania) è stato
condannato ad un anno di carcere il sacerdote Prosperas
Bubnys residente nella parrocchia di Girkalnis, provincia di
Raseiniai. Il 9 dicembre il tribunale supremo della rss di
Lituania ha confermato tale sentenza.

La colpa del sacerdote è stata quella di aver adempiuto scru­polosamente ai propri doveri: egli infatti aveva aiutato i geni­tori nella preparazione dei propri figli alla prima comunione e alla cresima.

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Noi stentiamo a credere che non si sia verificato un errore. Infatti la nostra costituzione garantisce a tutti la piena libertà di religione e di coscienza, e il decreto di Lenin sulla separa­zione della Chiesa dallo Stato dice: « I cittadini hanno il diritto di insegnare e di apprendere la religione di propria iniziativa ». Il nostro parroco ha esattamente insegnato di pro­pria iniziativa: infatti egli non è andato nella scuola ad istruire i ragazzi. È accaduto invece il contrario: i rappresentanti del Comitato esecutivo della provincia di Raseiniai, avvertiti gli insegnanti della scuola, hanno compiuto addirittura un'irru­zione in chiesa e, trovati i bambini in attesa del parroco (per l'accertamento delle nozioni religiose), hanno provocato un tumulto. I delegati si sono messi alla caccia dei bambini terrorizzati e li hanno poi trascinati, attraverso la cittadina, nella sede dei pompieri. Dopo averli rinchiusi là hanno cercato di costringerli con le minacce a scrivere delle denunce contro il parroco (alcuni bambini, per lo spavento, si sono persino ammalati). I ragazzi minacciati, impauriti e piangenti hanno scritto le denunce non distinguendo la differenza di senso tra le parole « insegnare » ed « esaminare ». Di ciò si sono serviti i nemici della libertà di coscienza per poter accusare il sacer­dote di sistematico insegnamento religioso ai bambini. Consi­derando che il sacerdote ha insegnato ai bambini a non rubare, a non essere teppisti, a rispettare i genitori, ad amare il pros­simo, è possibile che ciò costituisca un reato? Dall'esperienza della nostra stessa vita vediamo chiaramente che i ragazzi cre­sciuti nella religione diventano uomini migliori, senza cattive abitudini. Perciò noi vogliamo educare così i nostri figli, ma non possediamo testi di nessun genere dai quali poter inse­gnare loro le verità della fede (dall'avvento del periodo socia­lista, in Lituania non sono stati stampati né catechismi né testi religiosi di alcun genere). Non avendo altra via d'uscita, chie­demmo al parroco di aiutarci. Purtroppo per il servizio reli­gioso prestatoci il nostro parroco è stato condannato al carcere.

La prepotenza degli ateisti e del governo ci offende ed umilia in quanto credenti rendendo evidente, in modo bru­tale, il trattamento discriminatorio dei credenti di fronte ai non credenti. Soltanto agli ateisti viene concessa la possibi­lità di educare i propri figli senza coercizioni, cioè ateistica­mente; mentre ai credenti vengono negati tutti i diritti e le possibilità di educare i loro figli secondo le proprie convin­zioni. Ma c'è di più: agli ateisti è riconosciuto anche il diritto di interferire nell'educazione dei nostri figli, in una misura che non viene concessa neanche ai genitori. Essi si

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sforzano di trasformare con la coercizione i figli altrui in ateisti, li minacciano, non permettono loro di accostarsi alla prima comunione; mentre il sacerdote che, su richiesta dei genitori, « di propria iniziativa » ha insegnato ai bambini i principi della fede e della morale, viene punito con la prigione.

Noi vi preghiamo di non consentire oltre tali abusi in violazione dei diritti di noi genitori verso i nostri figli. Chie­diamo libertà di coscienza ed uguaglianza di diritti, come ha promesso Lenin e come proclama la costituzione sovietica.

Vi preghiamo di stampare dei catechismi, affinché possiamo avere dei testi con i quali istruire i nostri figli.

Vi preghiamo di permettere ai sacerdoti di insegnare in chiesa ai bambini le verità della fede, in osservanza al decreto di Lenin.

Chiediamo parimenti il vostro intervento perché il rev. P. Bubnys venga rilasciato dal carcere.

P.S. Sotto questo esposto hanno messo la loro firma 1.344 credenti della provincia di Raseiniai, tra i quali 570 della par­rocchia di Girkalnis. Si allegano 43 fogli con le firme.

Attendiamo la risposta a questo indirizzo: Lukinskaité Blazé, Kazimerskyté Anele, Girkalnis, provincia di Raseiniai, rss di Lituania

11 dicembre 1971

Nonostante i fedeli di Girkalnis avessero chiesto di difendere i loro diritti e di rilasciare dal carcere il reverendo P. Bubnys, questa « voce di popolo » venne ignorata dal governo sovietico.

Intanto il rev. P. Bubnys mangia l'amaro pane del carce­rato nel lager a regime duro di Kapsukas e non si lamenta della propria sorte. In occasione del Santo Natale egli ha scritto: « Una volta in carcere devo ammettere che in un certo qual modo lo desideravo e sono lieto dell'occasione di potermi separare dal mondo, di rimanere ignoto a tutti e di accettare con spirito di penitenza e di sacrificio e in piena coscienza... »

 

LA PERSECUZIONE DEL PARROCO DI VALKININKAI

Il 28 settembre 1970 la commissione per le sanzioni am­ministrative della provincia di Varéna ha inflitto al parroco

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di Valkininkai, rev. Algimantas Keina, una multa di 50 rubli per la « violazione delle leggi sui culti religiosi ». Il rev. A. Keina è ricorso contro la suddetta commissione al tribu­nale del popolo della provincia di Varėna, chiedendo l'annul­lamento dell'ingiusta multa comminatagli.

Il 3 novembre 1970 il tribunale del popolo della provincia di Varėna ha discusso il ricorso del rev. A. Keina. Presidente il giudice popolare J. Burokas e pubblico ministero J. Vi­sockis, vicepresidente del Comitato esecutivo del DZDT della provincia di Varėna.

Il tribunale ha respinto il ricorso per i seguenti motivi:

  1. Il 4 luglio 1970 nella sacrestia della chiesa di Valkininkai venivano preparati alla prima comunione tre bambini istruiti collettivamente dalla cittadina E. Kuraityté.
  2. Il 30 agosto 1970 il rev. A. Keina annunciò pubblica­mente che sarebbe stata celebrata una messa per gli studenti.
  3. Il 6 settembre 1970 il rev. A. Keina permise di servire la messa a due scolari minorenni.

Gli altri motivi sono ancora meno importanti.

A seguito di ciò il rev. A. Keina si è appellato al presi­dente del tribunale supremo della RSS di Lituania spie­gando i motivi per cui riteneva ingiusto il verdetto del tri­bunale del popolo della provincia di Varėna.

  1. La cittadina E. Kuraityté non aveva istruito i bambini; essa è solo addetta alle pulizie della chiesa. Allorché i genitori, non avendo trovato il sacerdote in chiesa, chiesero a lei su quali argomenti il sacerdote esaminasse i bambini, ella indicò loro sul catechismo le domande richieste. Può il parroco venire accusato per questo?
  2. Nel mese di agosto la messa domenicale, su richiesta dei genitori, venne celebrata per i loro figli, affinché crescessero buoni, laboriosi ed esemplari. Da quando si è cominciato ad infliggere multe per aver pregato in chiesa per uno scopo no­bile? Pregare per i genitori e i loro figli è un preciso dovere del sacerdote.
  3. Non esiste alcuna legge che vieti ai minorenni di servire la santa messa. I ragazzi sono venuti spontaneamente, con il consenso dei genitori. Il parroco non ha alcun diritto di cac­ciare fuori né i genitori né i figli venuti in chiesa a pregare. E ognuno prega dove vuole: nei pressi della porta o davanti all'altare.

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Il sostituto del presidente del tribunale supremo della RSS lituana, Čapskis, rispose: « Dagli ulteriori documenti acquisiti si deve trarre la conclusione che la commissione aveva il diritto di punirvi per violazione della legge sui culti ».

Il 5 novembre 1971 il rev. Keina si appellò alla procura dell'URSS la quale però rispose che egli era stato punito giu­stamente. La procura ignorò deliberatamente il fatto che la commissione per le sanzioni amministrative della provincia di Varéna volendo punire il parroco aveva persino falsificato una data; infatti, il verbale sulla « istruzione » dei tre bam­bini era stato redatto nel 1968, mentre la commissione vi appose la data del 1970, perché c'è una disposizione in base alla quale una multa non può venire inflitta a più di un mese dalla data del reato commesso.

Il 4 ottobre 1971 la stessa commissione del Comitato ese­cutivo della provincia di Varéna inflisse una seconda multa di 50 rubli al parroco di Valkininkai per il fatto che egli aveva permesso a dei minorenni di servire la messa. Durante la riunione della suddetta commissione al rev. Keina non venne nemmeno permesso di giustificarsi.

Il parroco ricorse nuovamente al tribunale del popolo al fine di ottenere l'annullamento della sanzione. La prima seduta del tribunale ebbe luogo il 15 novembre 1971 a Varéna. Il rev. Keina spiegò che egli non aveva organizzato i ragazzi, né aveva insegnato loro a servire la santa messa. I ragazzi venivano in chiesa spontaneamente e con il con­senso dei genitori. Il parroco richiamò poi l'attenzione del tribunale sul fatto che il decreto del Presidium del Soviet supremo della Lituania in data 12 maggio 1966 non fa divieto ai minorenni di servire le funzioni religiose, mentre egli era stato condannato proprio sulla base di quel decreto. Secondo l'art. 85 della costituzione della RSS di Lituania e l'art. 8 del codice penale il tribunale è tenuto ad osservare soltanto la legge e nessun'altra « istruzione » particolare.

Dato che non vi era nessun documento comprovante che il parroco avesse organizzato i ragazzi per il servizio della messa la seduta del tribunale venne differita.

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La seconda udienza ebbe luogo il 7 dicembre 1971. In quest'occasione il tribunale esibì due testimonianze scritte secondo le quali il rev. Keina aveva organizzato i bambini per il servizio delle funzioni religiose.

Il parroco dimostrò che la testimonianza del giovane Vytas Kazlauskas era falsa, in quanto scritta da J. Visockis; mentre la firma era stata estorta al ragazzo con la minaccia di abbassargli il voto in condotta. La circostanza venne confermata al tribunale dallo stesso ragazzo il quale, in lacrime, dichiarò di essere stato minacciato e di avere perciò firmato la dichiarazione scritta da J. Visockis.

L'altra testimonianza scritta era quella della direttrice del­la scuola media di Valkininkai e una denuncia di due inse­gnanti contro il parroco per il fatto che, occupandosi dei ragazzi, ne disturbava l'educazione ateistica. Il rev. Keina dichiarò che la denuncia era apocrifa, in quanto la firma di uno degli insegnanti era stata imitata. Il parroco aggiunse ancora che le istruzioni sulla base delle quali egli era stato condannato non hanno il valore di legge, in quanto non sono mai state pubblicate e recano sul frontespizio la dicitura: « Da non divulgare sulla stampa ».

La requisitoria del procuratore fu più che altro una lezione di ateismo condita con velate minacce. « Dove andremo a finire se anche i genitori si mettono ad istruire i propri figli? » domandò rabbiosamente, contestando in tal modo il diritto dei genitori di educare i propri figli.

Il tribunale confermò che il parroco era stato punito giu­stamente sull'unica « prova » rappresentata dalla testimo­nianza che il ragazzo, costretto con la forza, aveva dato e poi, piangendo, aveva negato in tribunale.

L'aula era gremita di fedeli. Nel corso del processo la gente si asciugava ogni tanto le lacrime, non riuscendo a restare testimone indifferente della menzogna e dell'inganno. Alla lettura della sentenza si levarono nell'aula unanimi voci di indignazione tanto che i funzionari per maggiore sicurezza chiesero l'intervento della milizia.

Dato che anche dopo la sentenza il parroco continuò a permettere ai ragazzi di accostarsi all'altare, al presidente del Comitato esecutivo della parrocchia di Valkininkai venne inviata una lettera dalla provincia, nella quale si diceva che

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se il rev. A. Keina avesse persistito nell'ulteriore violazione delle leggi sui culti la chiesa di Valkininkai sarebbe stata chiusa.

Ma né le minacce né i tribunali ed altre persecuzioni pos­sono piegare chi è deciso ad obbedire più a Dio che agli uomini.

 

LA PERSECUZIONE DEL REVERENDO ŠEŠKEVIČIUS


Scontata la pena, continua ad essere punito

Il rev. A. Šeškevičius in data 9 settembre 1970 venne condannato per l'istruzione religiosa dei bambini ad un anno di lager a regime duro dal tribunale del popolo della pro­vincia di Molėtai. Il 9 settembre 1971 dopo aver scontato la pena egli si rivolse all'amministratore della diocesi di Kaiše-dorys chiedendo una destinazione in qualche parrocchia. L'in­caricato degli affari religiosi si rifiutò di concedergli il certi­ficato di residenza e gli intimò di cercarsi un lavoro di qualche altro genere, in quanto egli come sacerdote non osservava le leggi sovietiche. Allora il reverendo Šeškevičius si appellò al presidente del Consiglio dei ministri della RSS di Lituania con il seguente scritto.

Se ho mancato verso le leggi sovietiche, ho anche scontato la pena e per di più ottenendo un attestato di buona condotta. Tuttavia nel rilasciarmi, si limitano i miei diritti; quindi, senza alcun processo, vengo nuovamente condannato e per tutta la vita. Anche i più grandi tiranni, condannando una persona, indicano l'articolo di legge infranto e il termine della pena, nonché le possibilità di presentare appello. Nel mio caso tutto ciò non si è verificato. Esiste al mondo uno Stato il quale tratti così i propri cittadini? Come conciliare tutto ciò con la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, sottoscritta an­che dall'Unione Sovietica?

L'impedimento a svolgere il mio ministero sacerdotale mi costringe a commettere un nuovo reato in quanto io, essendo sempre un sacerdote, dovrò compiere almeno alcuni dei doveri che il mio stato comporta; mentre lo Stato considererà ciò come un'attività illegale c potrà condannarmi nuovamente al carcere...

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Al suo appello il rev. Šeškevičius non ottenne alcuna ri­sposta. Allora egli ricorse al procuratore della RSS di Litua­nia, ma anche a questa istanza non ebbe risposta. Dopo aver quasi perso ogni speranza il reverendo Šeškevičius si appellò al procuratore generale dell'URSS e al comitato per la difesa dei diritti dell'uomo dello scienziato Sacharov, recandosi tre volte personalmente al Consiglio degli affari religiosi dove parlò con alti funzionari. Finalmente ebbe la promessa che gli sarebbe stato dato un incarico nella diocesi di Telšiai.

In tal modo, anche dopo aver scontato la non meritata pena, il rev. Šeškevičius rimase per un altro mezzo anno emarginato. Il governo sovietico si era sforzato di piegare questo sacerdote e di intimidire gli altri affinché, presi dalla paura, eseguissero non la volontà di Dio, ma la sua.

Tuttavia per il bene dei credenti in Lituania ci sono ancora molte guide spirituali fedeli alla propria vocazione, disposte a compiere qualsiasi sacrificio per il bene delle anime e la propagazione del Regno di Cristo.

I FATTI DI MARGININKAI


Sanzioni amministrative

Il 3 dicembre 1971 il parroco di Margininkai rev. Petras Orlickas venne condannato per aver violato l'articolo 143 del codice penale della RSS di Lituania. Il fatto: aveva gio­cato con dei ragazzi!

Nella deliberazione della commissione amministrativa del­la provincia di Kaunas venne scritto che il rev. Orlickas lavorava con i ragazzi ( facendo sport, giuocando a pallavolo ), faceva vedere loro delle diapositive, ecc.

Gli ateisti e i funzionari del partito avevano sempre finto di non vedere i ragazzi che giuocavano incivilmente, bestem­miando, nella piazzetta prospiciente l'ufficio del kolchoz. Di ciò si era accorto però il parroco il quale aveva allestito un campo di pallavolo. Là non bestemmiavano nemmeno i più incalliti teppisti.

Chi spinse il governo della provincia di Kaunas, i funzio-

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nari del partito ed alcuni insegnanti ad occuparsi della cosa? Durante i funerali di uno studente era stata notata in chiesa la presenza di molti studenti. Gli insegnanti tentarono allora con la forza di farli uscire. Inoltre la messa era stata servita da alcuni ragazzi. La direttrice non riuscì, per quanto si sfor­zasse, a persuadere i ragazzi ad allontanarsi dall'altare. Allora come è d'uso nella scuola sovietica intervennero i funzionari del governo. Gli agenti statali e non statali della Sicurezza, non lo sappiamo di preciso, fotografarono i ragazzi davanti all'altare, perché essi non potessero poi negare il loro « cri­mine ». Alcuni funzionari governativi si recarono alla scuola, dove iniziarono gli interrogatori. Gli alunni vennero inter­rogati a lungo. Alcune madri, non vedendo rientrare i propri figli dalla scuola, andarono a cercarli. Indignate per come i ragazzi venivano terrorizzati, se li portarono a casa.

Il parroco venne ammonito dai rappresentanti del governo a non occuparsi dei bambini, ma questi conosceva bene il comandamento di Cristo: « Lasciate che i piccoli vengano a me » ed era deciso a compiere qualsiasi sacrificio per loro.

Il 3 dicembre 1971 il rev. P. Orlickas venne convocato dalla commissione per le sanzioni amministrative della pro­vincia di Kaunas. Qui gli venne rivolta l'accusa di rovinare la gioventù sovietica e quindi gli venne inflitta una multa di 50 rubli. Alla giustificazione del parroco secondo la quale i medici gli avevano consigliato di fare dello sport, il presiden­te della commissione, S. Jančiauskas, replicò: « Puoi giocare con la perpetua! ». Per tutta la durata della riunione il presi­dente si comportò in maniera brutale e senza tatto.

Come era logico attendersi, subito dopo il rev. Orlickas venne allontanato dalla parrocchia di Margininkai per inizia­tiva dell'incaricato del Consiglio degli affari religiosi che dispone l'allontanamento dei sacerdoti più zelanti, in modo che gli ateisti possano combattere con più efficacia la fede degli scolari.

Con le multe, gli interrogatori e persino con la prigione il governo ateista cerca di « conquistare » la gioventù della Lituania. Senza dubbio si tratta di mezzi estremi, ma non infrequenti. Il loro scopo è quello di intimorire i_sacerdoti affinché trascurino i propri doveri e allontanino i ragazzi dalla

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Chiesa, cosa che talvolta riesce. Tuttavia negli ultimi tempi si è notato il fenomeno contrario: la persecuzione irrobu­stisce nella fede tanto i sacerdoti, quanto i genitori e i figli. Aumenta in continuazione il numero di quei sacerdoti che, rischiando la libertà, non scendono a compromessi con la propria coscienza; vi sono sempre più genitori i quali comin­ciano a capire che bisogna difendere i figli dai prepotenti di ogni specie che mirano con la forza a sradicare la fede e che pongono la loro carriera al di sopra dell'umanità e dei sacro­santi diritti dei genitori. Cresce il numero degli studenti che osano, a scuola e fuori, manifestare apertamente le proprie convinzioni, oppure criticare le affermazioni degli ateisti.

La persecuzione della religione mina sempre più l'autorità del governo, perché appare sempre più evidente che essa viene attuata non per iniziativa dei singoli ateisti, ma secondo le direttive del partito e del governo sovietico.

Non sembra giunto il tempo di cessare la discriminazione dei credenti e di sanare almeno un poco la frattura esistente tra il partito e la popolazione credente?

 

L'APPELLO DI 134 ABITANTI DI PANEVĖŽYS


In difesa del vescovo Steponavičius

Verso la fine del 1971 i sacerdoti della diocesi di Panevėžys si rivolsero con un appello al presidente del Consiglio dei ministri dell'urss A. Kosygin e al Consiglio dei ministri della rss di Lituania. In esso veniva ricordato che dal 1961 la diocesi di Panevėžys non ha un proprio vescovo in quanto quello titolare è stato esiliato a Zagare nella provincia di Joniškis per ordine del governo della rssl. I sacerdoti chie­devano che al vescovo Julijonas Steponavičius venga per­messo di svolgere il proprio ministero pastorale nella diocesi di Panevėžys, dato che la costituzione della rss di Lituania e le leggi sovietiche non prevedono limitazioni ai diritti dei cittadini che non siano stati condannati da un tribunale. Inol­tre si sottolineava che la mancanza del vescovo in una diocesi costituisce una grave anormalità, perché le leggi della Chiesa consentono la reggenza della diocesi, in mancanza del

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vescovo, anche ad un amministratore, ma solo per un periodo limitato di tempo.

Il governo sovietico non ha risposto all'appello. L'incari­cato del Consiglio degli affari religiosi ha anzi redarguito alcuni sacerdoti, avvertendoli che l'invio di tali appelli è senza senso in quanto ad essi non viene rivolta la minima attenzione.

Il governo sovietico considera S.E. il vescovo Stepona­vičius come un nemico, perché egli ha sempre voluto com­piere i propri doveri di pastore senza compromessi.

 

L'ESPOSTO DEI SACERDOTI DELL'ARCHIDIOCESI DI VILNIUS


In difesa della libertà religiosa proclamata a parole ma negata nei fatti

Al segretario generale del ce del pcus; al presidente del Consiglio dei ministri dell'urss; e, per conoscenza, al presi­dente del Consiglio dei ministri della rssl e all'incaricato degli affari religiosi

La maggior parte della popolazione della nostra repubblica è costituita da credenti. Essi potrebbero partecipare più atti­vamente alla vita sociale e politica del nostro paese se si tro­vassero in condizioni più favorevoli. La costituzione sovietica, il codice penale e le convenzioni internazionali teoricamente garantiscono loro la parità di diritti con gli altri cittadini. Ciò viene affermato continuamente nei programmi radio desti­nati all'estero, sulla stampa, dai decreti post-rivoluzionari di Lenin. Però nella pratica sovente si verifica tutt'altro.

In Lituania il numero dei sacerdoti è in costante diminu­zione. Ciò avviene non per colpa dei credenti ma per gli ostacoli amministrativi frapposti dal governo. L'attività del­l'unico seminario ecclesiastico della Lituania, quello di Kaunas, è pesantemente condizionata. Il governo limita rigidamente la ammissione degli studenti perciò un gran numero di giovani desiderosi di entrarvi non può. Quelli che manifestano l'in­tenzione di accedervi vengono dai vari funzionari sottoposti ad interrogatori, intimiditi sui luoghi di lavoro, ecc. In tali condizioni alcuni candidati studiano teologia fuori dal semi­nario ma l'incaricato del Consiglio degli affari religiosi presso

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il Consiglio dei ministri dell'urss non permette loro di com­piere i propri doveri (così è successo con il sac. Vytautas Merkys e con il sac. Petras Našlėnas). Intanto J. Rimaitis nel libretto La religione in Lituania (Gintaras, Vilnius 1971), destinato all'estero, afferma: « Il governo non pone ostacoli alla preparazione di nuovi sacerdoti» (pagina 21).

Il governo sovietico proclama in tutto il mondo che « ...la Chiesa si serve liberamente dei mezzi di propaganda religiosa » (ivi, pag. 30). Ma in realtà non è così: in Lituania i credenti non dispongono di una propria stampa, non possono servirsi della radio né della televisione; mancano del testo più elemen­tare di dottrina. « Ogni cittadino può acquistare libri di pre­ghiere, la Sacra Scrittura ed altra letteratura religiosa » conti­nua J. Rimaitis (pagina 24). In verità la Sacra Scrittura non è mai stata stampata in Lituania, come non sono mai stati editi i libri indispensabili ai semplici fedeli e già da molto tempo sono esauriti i libri di preghiere stampati in passato a piccola tiratura, mentre ne occorrerebbe oltre mezzo milione di copie.

Il governo sovietico scrive che da noi l'attività canonica della Chiesa non è impedita. Nel frattempo da oltre 10 anni ai vescovi Julijonas Steponavičius e Vincentas Sladkevičius non viene per­messo di compiere i loro diretti doveri pastorali. Anche quei sacerdoti che abbiano scontato la pena o ai quali sia stata annul­lata una condanna devono talvolta attendere diversi anni prima che l'incaricato del Consiglio degli affari religiosi permetta loro di riprendere il ministero sacerdotale.

Il decreto di Lenin del 23 gennaio 1918 prevede il libero inse­gnamento privato della religione ai ragazzi. I sacerdoti e i geni­tori, leggendo la stampa, sono persuasi che quei decreti siano in vigore anche oggi. Ma intanto sacerdoti e laici (rev. Antanas Šeškevičius, rev. Juozas Zdebskis, rev. Prosperas Bubnys, Ona Paškevičiūtė) sono stati condannati ai lavori forzati soltanto per l'adempimento canonico dei propri doveri e per la preparazione in chiesa dei bambini alla prima comunione.

Secondo la Convenzione internazionale sottoscritta dall'urss il 15 novembre 1961 ai genitori dovrebbe essere garantita la possibilità di educare i propri figli religiosamente e moral­mente secondo le proprie convinzioni. Tuttavia gli organi governativi del nostro paese vietano talvolta ai bambini (tanto maschi quanto femmine) di partecipare anche solo passivamente alle funzioni religiose, sebbene i genitori lo esigano o lo desi­derino. Nelle scuole del nostro paese i ragazzi vengono costretti a rispondere a questionari inconciliabili con la libertà di co­scienza; a pronunciarsi pubblicamente sulle proprie convinzioni

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religiose, mentre l'opera della Chiesa cattolica viene presentata loro in maniera distorta; viene loro imposta forzatamente la let­teratura antireligiosa; vengono derisi e perfino castigati per la loro frequenza alla chiesa; vengono iscritti ai gruppi antireligiosi con vari mezzi di coercizione morale.

Pure i credenti adulti subiscono spesso delle vessazioni a causa delle proprie convinzioni religiose; si impedisce loro di occupare posti di responsabilità. Coloro che sono sospettati di essere cre­denti vengono minacciati di licenziamento dal lavoro e anche licenziati con i più svariati pretesti. Ad esempio all'insegnante della scuola media di Vilkaviškis, Ona Brilienė, anche dopo il verdetto del tribunale supremo della RSSL di reintegrazione nel­l'insegnamento (incarico da cui essa era stata esonerata per la sua frequenza alla chiesa) non è stato permesso di fare nemmeno la netturbina in quella città. Inoltre la procedura seguita dai tribunali del popolo nella discussione delle cause a carico di cre­denti è per lo meno singolare: i tribunali (o le istanze analoghe) spesso si basano su non meglio precisate «istruzioni segrete » (sconosciute perfino ai giuristi sovietici) e comminano condanne per la loro violazione (come è avvenuto ad esempio nel processo al rev. Šeškevičius a Molėtai, al rev. Zdebskis a Kaunas, al rev. Keina a Varėna). Nei tribunali sovietici i bambini vengono sottoposti ad interrogatori, costretti persino a testimoniare con­tro la propria volontà e quella dei loro genitori e talvolta co­stretti a testimoniare il falso (come ad esempio fece il tribunale del popolo di Varėna il 7 dicembre 1971 nella causa contro il rev. Keina).

Tutto ciò premesso, chiediamo:

  1. di permettere il libero funzionamento del seminario eccle­siastico di Kaunas e l'accettazione ad esso di tutti i candidati idonei secondo la Chiesa;
  2. di attuare praticamente la libertà di stampa religiosa, ga­rantita dalla costituzione dell'URSS, di permettere cioè la pubbli­cazione di libri di preghiere, di catechismi, di libri di canti, della Sacra Scrittura e di altri libri religiosi di cui il popolo ha estremo bisogno e che chiede continuamente;
  3. di permettere ai vescovi Julijonas Steponavičius e Vincentas Sladkevičius di riprendere la loro attività episcopale e a tutti i sacerdoti residenti nel nostro paese (anche a quelli ucraini) di svolgere liberamente e pubblicamente il loro lavoro pastorale;
  4. di abolire, come palesemente contrastante con la conven­zione internazionale del 15 novembre 1961 e con la costituzione dell'Unione Sovietica, il testo esplicativo dell'art. 143 del CP della RSS di Lituania recante per oggetto: « L'organizzazione del-

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l'attività dell'insegnamento religioso viola le norme previste dal­le leggi » del quale nel nostro paese troppo spesso abusano i tribunali del popolo;

  1. di revocare le istruzioni segrete di ogni genere, a noi ignote, che limitano la vita religiosa;
  2. di riesaminare le cause delle persone condannate a motivo della loro fede e proscioglierle.

Vi chiediamo di sottoporre a Mosca i problemi presentati in questo esposto, in quanto i precedenti esposti dei credenti, ri­mandati da Mosca a Vilnius, non sono stati seriamente esaminati ed hanno procurato ai credenti soltanto nuovi dispiaceri.

Queste nostre lagnanze sono tutte basate su fatti molto dolo­rosi sui quali all'occorrenza potremmo presentare le più ampie testimonianze.

24 dicembre 1971

Sottoscrivono:

Sac. R. Blažys, sac. B. Budreckas, sac. A. Merkys, sac. D. Valiu-konis, sac. Č. Taraškevičius, sac. A. Ulickas, sac. J. Kardelis, sac. I. Jakutis, sac. J. Grigaitis, sac. K. Zemėnas, sac. A. Čiuras, sac. K. Garuckas, sac. V. Miškinis, sac. A Petronis, sac. A. Simo­naitis, sac. B. Laurinavičius, sac. M. Žemaitis, sac. J. Kukta, sac. K. Vaičionis, sac. J. Baltušis, sac. B. Jaura, sac. K. Pukenas, sac. J. Vaitonis, sac. A. Džekas, sac. D. Akstinas, sac. L. Ivančyk, sac. J. Kerukievič, sac. P. Jankus, sac. A. Lakovič, sac. K. Molis, sac. P. Veličko, sac. S. Valiukėnas, sac. V. Merkys, sac. P. Dau­noras, sac. V. Černiauskas, sac. A. Tamulaitis, sac. V. Zavadskis, sac. A. Keina, sac. A. Jašmantas, sac. N. Jaura, sac. J. Budre-vičius, sac. S. Tunaitis, sac. M. Petravičius, sac. N. Pakalka, sac. K. Vasiliauskas, sac. J. Lauriunas, sac. A. Andriuškevičius.

Si prega di inviare la risposta ai seguenti indirizzi:

  1. Rev. B. Laurinavičius, parrocchia di Adutiškis, provincia di Švenčionys, rss di Lituania.
  2. Rev. K. Pukėnas, posta di Nemenčinė, provincia di Vilnius, rss di Lituania.
  3. Rev. R. Blažys, posta di Tilžė, provincia di Zarasai, rss di Lituania.

L'incaricato del Consiglio degli affari religiosi ha definito gli sforzi del clero per ottenere una maggiore libertà di co­scienza e di religione come una brutale prepotenza dei preti.

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IL PROCESSO DI KLEOPA BIČIUČAITĖ

In prigione per aver preparalo dei bambini alla prima comunione

Il 13 gennaio 1972 a Naujoji Akmenė il tribunale del popolo ha discusso la causa contro la settantenne Kleopa Bičiučaitė, di Zagare. Essa si sarebbe resa colpevole di fronte alle leggi sovietiche di aver preparato dei bambini alla prima comunione. A confermare la sua colpevolezza furono convo­cati 27 testimoni, per la maggior parte ragazzi sui 7-14 anni. Dato che la stessa K. Bičiučaitė ammise di avere insegnato per sei giorni le orazioni ai bambini nel mese di luglio 1971, quei testimoni si rivelarono del tutto inutili. Essi ostacola­vano soltanto lo svolgimento del processo, in quanto testi­moniavano in modo molto contraddittorio. Constatando che gli uni affermavano una cosa mentre altri la negavano, il giudice passò ad esaminare la maturità politica dei bambini, chiedendo quanti di loro appartenevano all'organizzazione dei pionieri. Soltanto quattro ammisero di essere pionieri.

Il procuratore nella propria requisitoria premise che la costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto di profes­sare liberamente qualsiasi religione oppure di essere ateisti. Nessuno può limitare questa libertà né usare coercizioni. Tuttavia l'ordinamento sovietico combatte la religione e il raggiro, perché esso non può consentire che la religione meni per il naso i cittadini. Secondo la costituzione la Chiesa è separata dallo Stato e la scuola lo è dalla Chiesa. Con tutto ciò l'imputata Bičiučaitė ha insegnato ai bambini in maniera organizzata preghiere come il Padre Nostro, l'Ave Maria, il Credo, l'Angelo di Dio e i Dieci Comandamenti. L'ordina­mento sovietico non può permettere questo. Esso non può tollerare che chicchessia insegni ai ragazzi qualcosa di diverso da ciò che viene insegnato a scuola.

TI procuratore biasimò gli insegnanti della scuola per il fatto che a causa della loro abulia molti ragazzi non erano iscritti all'organizzazione dei pionieri. Criticò e condannò i membri del partito per la loro mancanza di coscienza politica e perché anche i loro figli si recavano ad apprendere le verità della fede.

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Concludendo il proprio intervento il procuratore chiese la condanna di K. Bičiučaité ad un anno di carcere.

L'imputata nel suo intervento prima della sentenza spiegò di aver istruito i ragazzi su richiesta dei genitori e che ai genitori se non sono in grado di istruire debitamente i propri figli viene concesso di essere coadiuvati da qualche altra persona. Essa aveva precisamente prestato un aiuto del genere. Inoltre essa aveva insegnato ai ragazzi soltanto cose buone: a non rubare, a non mentire, ad obbedire ai geni­tori, eccetera.

Il tribunale emise una sentenza di condanna della Bičiu­čaité ad un anno di privazione della libertà.

Dopo il verdetto i miliziani arrestarono immediatamente la vecchietta portandola nella loro sede, perché non potesse in avvenire istruire i figli del popolo così come il popolo vuole.

 

LA CONDANNA DEL REVERENDO P. LYGNUGARIS


Visitare gli ammalati è reato

Il sacerdote della parrocchia di Akmenė, Petras Lygnu-garis, il 9 dicembre 1971 aveva visitato un degente all'ospe­dale di Akmenė, gravemente malato. Il primario, venutolo a sapere, interruppe l'assistenza spirituale al malato, insultò il sacerdote e lo cacciò fuori dall'ospedale. Poi il 28 dicembre il rev. P. Lygnugaris venne convocato al Comitato esecutivo della provincia di N. Akmenė e punito con una multa di 50 rubli per la sua visita al malato nel nosocomio.

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